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Coronavirus e il reboot della Cultura

La cultura è uno degli ambiti che più sta risentendo di questa emergenza, fin dai primissimi giorni della crisi. Già nella prima settimana di marzo si registravano diminuzioni di incassi a fatturati che vanno dal 20% al 70%. Oggi la situazione è ulteriormente peggiorata. Cinema, teatri, sale concerti e musei sono chiusi da settimane, decine di migliaia i festival, le rassegne, gli eventi rimandati o irrimediabilmente cancellati.

Per guardare ai fatti nostri, MEET ha dovuto posticipare la serata Meet the Media Guru con William Myers mentre sono sospese le lezioni del corso per Digital Curator, i tirocini di studentesse e studenti dell’Università IULM previsti presso i nostri uffici, così come il palinsesto degli eventi formativi in giro per l’Italia.

Sulla base delle prime analisi effettuate da Federculture, nei prossimi mesi si stimano perdite di circa 3 miliardi di euro in termini di consumi delle famiglie per attività culturali e ricreative. Un disastro? Sì, ma lo scoraggiamento non ha ucciso la voglia di progettare, promuovere e organizzare proposte ed attività legate allo spettacolo, alla musica, alla letteratura, all’arte.

L’emergenza ha costretto le organizzazioni culturali a reinventarsi per non fermarsi, a trovare nuove modalità di fruizione dei contenuti attraverso il digitale. In questo momento di isolamento e difficoltà il mondo culturale si interroga sul proprio ruolo, oggi ma soprattutto domani.

Si stanno già sperimentando e testando – senza rete di protezione – nuovi format ideati per essere fruiti esclusivamente online. Siti e social sono diventati la Risorsa, dopo anni in cui erano a turno repository, megafono o persino male inevitabile. Da lì oggi parte – obtorto collo – la strategia comunicativa di chi fa cultura. Definitivamente superata (per fortuna) l’idea del museo o del teatro o del festival che trasmette il sapere a masse forse svagante, certamente distanti, nella convinzione mai davvero superata che l’unica fruizione autentica fosse quella che inizia in biglietteria.

Dialogo, co-creazione, condivisione e partecipazione sono le modalità che tutti (o quasi) hanno messo a fuoco da qualche settimana. Inutile dire che, dopo anni spesi a disseminare queste idee – ne avevano parlato con noi Jeffrey Schnapp, Paola Antonelli, Nancy Proctor, Corey Timpson – MEET non può che accogliere in pieno l’onda e…tuffarsi.

L’esplosione nell’uso delle “dirette” proprio su Facebook e Instagram va in questa direzione e aggiunge la carica emotiva – persino domestica, a ben guardare – laddove c’è da sopperire all’assenza di fisicità.

A noi piacciono particolarmente i tentativi portati avanti dalla Cineteca di Milano che ha reso fruibili il suo archivio di film storici normalmente riservati ai cinefili incalliti; il programma Madre door-to-toor dell’omonimo museo napoletano con la call to action How to change the world from your living room, rivolta ad artisti e creativi chiamati a riflettere sul nuovo ruolo dell’arte e anche suforme differenti di fruizione delle opere. O ancora, il dietro le quinte del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano nei suoi magazzini via Instagram, ma pure il festival letterario digitale Decameron – una storia ci salverà con presentazioni ed happening libreschi su Facebook.

Ma perché non alziamo un altro po’ l’asticella?

Cosa si può fare affinché le persone possano davvero fruire in modo non solo attivo, ma anche empatico della musica, del teatro, delle mostre e dei musei anche stando a casa? Servono paradigmi e linguaggi nuovi capaci di correre giù fino all’essenza di un’esperienza culturale e rigenerarla.

A MEET stiamo progettando alcune sperimentazioni per cambiare pelle anche al nostro format più rodato, Meet the Media Guru.  Da una fase così turbolenta può arrivare il giusto scatto di orgoglio e creatività. E noi vogliamo fare la nostra parte, usando le tecnologie digitali al loro massimo per (provare a) rompere la parete, pardon, lo schermo che ci divide.

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