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Musei e cultura digitale? Serve empatia

“L’identità di un museo è un unico ecosistema. Oggi scindere fra reale e virtuale significa essere fuori tempo massimo“. Maria Elena Colombo è l’autrice del libro Musei e cultura digitale (2020, Editrice Bibliografica) fresco di stampa. Esperta di digital humanities e docente all’Accademia di Belle Arti di Brera, Colombo ha tenuto nei mesi scorsi una giornata di formazione anche al nostro Corso per Digital Curator.

Mentre, a causa della pandemia, migliaia di musei nel mondo sono costretti a chiudere e in Italia viene lanciato un appello per l’istituzione di un Fondo per la Cultura, le abbiamo fatto qualche domanda, concentrandoci sulla relazione musei & social, che vive settimane intensissime, quasi frenetiche.

Musei, biblioteche, centri culturali, teatri, festival, fiere e saloni, l’intero comparto culturale sta vivendo una crisi senza precedenti. Si è corsi ai ripari, la risposta è stata per tutti il digitale. Siamo sottoposti ad un diluvio di dirette, dietro le quinte, conversazioni social da parte di migliaia di realtà culturali, dalle più piccole alle più grandi. Che ne pensi? 
Bé, c’è chi lo sta facendo molto bene, penso al Museo Egizio di Torino che vive anche a porte chiuse attraverso Le Passeggiate del direttore Christian Greco. Una vera e propria serie che ha uno stile informale, diretto e fin da subito chiarisce che è frutto di una contingenza: la pandemia, ma non per questo è raffazzonata. Poi c’è chi replica solo formule del passato, facendo sfoggio di cultura accademica e mancando di ritmo ed empatia.

Ci spieghi meglio?
Semplice: non ci si improvvisa. C’è un tema generazionale enorme, la leadership di molte organizzazioni culturali non ha mai avuto prossimità né affinità con i social. Li ha tollerati, ritenendoli strumenti necessari, senza davvero avvicinarli. Ora, data l’infelice contingenza, in molti hanno fatto il salto. E quando c’è rigidità e poca naturalezza si percepisce. Se così è, meglio cambiare le figure che vanno in video, almeno sui social. O riprogettare l’azione comunicativa”.

La digital strategist Mafe De Baggis sostiene che se usi i social ma non ne hai voglia, si vede…
L’empatia è fondamentale. In queste settimane chi lavora in un museo, ma anche la community di partner e visitatori, sta vivendo un’esperienza forte, indimenticabile. Inutile nascondersi dietro una freddezza istituzionale. Condividere lo spaesamento, le difficoltà concrete derivate dalla frammentazione di un team che normalmente lavora insieme non indebolisce, anzi. Si genera calore e vicinanza. Certamente servono equilibrio e senso di opportunità. I musei sono oggi più che mai istituzioni “al servizio” della società. Devono aiutare a comprendere ed interpretare la realtà, specie nei momenti complessi.

Una piccola provocazione: con tutto questo movimento in rete, possiamo davvero dire che i musei sono chiusi?
Certamente non staccano biglietti e ogni giorno vanno in fumo mesi di lavoro in programmazione e strategie, ma la collezione, seppur inaccessibile ai visitatori, c’è e si può raccontare. Una strada può essere quella di reinterpretare l’esistente, per esempio identificando temi e opere che abbiamo qualcosa da dire rispetto a ciò che stiamo vivendo in queste settimane…

Cosa pensi di esperienze museali digital-only? Non è possibile traslare semplicemente on line quello che è stato ideato, organizzato e “allestito” per una fruizione fisica, ad esempio ad una mostra…
È una sfida. Ci sta provando il Castello di Rivoli che ha appena lanciato il Cosmo Digitale ovvero “una nuova sede” del museo destinata ad opere che vanno guardate in remoto, attraverso uno schermo. In generale per progettare dei format esperienziali esclusivamente digitali servono investimenti e ricerca. Non so quanti musei possano permetterselo, anche se lo scatto innovativo premierà i pionieri.

A chi vuole approfondire, segnaliamo il link alla videopresentazione del libro di Maria Elena Colombo.

Foto in apertura: Flickr | Dot Diva

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