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Evento

Spazio alle Radici: un dialogo tra Archivi

Spazio alle Radici

Un dialogo tra gli archivi “Le Radici del Nuovo” di MEET Digital Culture Center e “Spazio Archivio” del Museo Kartell
20-26 aprile (in occasione della Milano Design Week 2026)
10.00-20.00


Durante la Design Week 2026, MEET attiva un dialogo con il Museo Kartell attraverso “Spazio alle Radici”, un progetto che mette in relazione i rispettivi archivi: “Le radici del nuovo” del MEET, dedicato all’innovazione nell’arte e nella cultura digitale, e “Spazio Archivio” del Museo Kartell, che racconta le innovazioni che hanno segnato la storia del design. I due musei si incontrano e si riflettono reciprocamente: al Museo Kartell emergono rimandi ai contenuti del MEET, mentre negli spazi del MEET affiorano riferimenti all’archivio Kartell. Ne nasce un dialogo fatto di interferenze, rimandi e intrecci tra linguaggi e discipline, che riconosce nell’archivio non solo una memoria da conservare, ma un dispositivo attivo di ricerca e produzione culturale.

Il progetto assume una dimensione esperienziale nelle giornate di mercoledì 22 e venerdì 24 aprile, quando “Spazio alle Radici” si traduce in un itinerario dedicato all’arte e al design. Un servizio navetta accompagna i partecipanti dal MEET Digital Culture Center al Museo Kartell e al Kartell Flagship Store di Milano. Il percorso si apre con la visita alle mostre del MEET, prosegue al Museo Kartell e si conclude con lo speciale allestimento “Le Stanze di Kartell”, offrendo al pubblico la possibilità di attraversare, fisicamente e simbolicamente, le storie generate da questo dialogo.


A: Power Glove – Ines

Il guanto da gaming “Power Glove”, conservato nell’archivio Le Radici del Nuovo del MEET, e l’opera “Ines”, parte della collezione del Museo Kartell, progettata da Denis Santachiara e realizzata da Kartell, rappresentano due diverse interpretazioni della cultura tecnologica degli anni ’80.

Il primo, sviluppato da Mattel, è una delle più innovative interfacce capaci di tradurre la gestualità umana in accesso al mondo digitale, anticipando l’idea di realtà virtuale come spazio oltre lo schermo. Il secondo, “Ines”, nasce invece all’interno di una ricerca sul tema dell’abitare e dell’interazione uomo-macchina, configurandosi come un’entità proto-bionica che riflette sul rapporto tra robotica e dimensione domestica. Entrambe le opere si collocano in quello spazio ibrido tra arte e design che caratterizza molte sperimentazioni del periodo, condividendo il tema dell’antropomorfismo tecnologico tipico degli anni ’80, nel quale la macchina assume forme e comportamenti vicini a quelli umani. Il design stesso, in quegli anni, si interroga profondamente sul ruolo degli oggetti intelligenti e sulle nuove modalità di interazione. Il dialogo tra MEET e Museo Kartell si fonda così sull’incontro tra ambiti differenti – arte, design e ricerca tecnologica – accomunati da una stessa spinta verso la sperimentazione. Mentre il “Power Glove” esplora l’accesso del corpo umano al digitale, il robot “Ines” indaga l’ingresso della tecnologia nello spazio domestico e nelle relazioni quotidiane: il dialogo e il confronto tra le due opere restituisce una visione coerente del momento di profonda trasformazione degli anni ‘80, in cui si delineano nuove forme di relazione tra corpo, oggetto e tecnologia, oggi più che mai attuali.


B: John Whitney – Componibili

I “Componibili” di Anna Castelli Ferrieri (1967) e il video “Catalog” (1961) di John Whitney rappresentano due esempi pionieristici di come la tecnologia possa generare nuovi linguaggi estetici, segnando una svolta nel rapporto tra progetto e produzione.

“Catalog” esplora le potenzialità del calcolo applicato all’immagine, trasformando sequenze matematiche in forme visive dinamiche: pattern, movimenti e colori che emergono direttamente da processi tecnologici. Allo stesso modo, i “Componibili” nascono grazie all’impiego dell’ABS e della tecnologia dello stampaggio a iniezione, che rende possibile un’inedita libertà formale e produttiva nel design industriale.

In entrambi i casi, la tecnologia non è solo un mezzo, ma una condizione che abilita nuovi approcci progettuali. Se John Whitney utilizza il computer per generare immagini mai viste prima, Anna Castelli Ferrieri sfrutta le potenzialità del materiale plastico per creare un sistema modulare flessibile e aperto.

I “Componibili” introducono inoltre un forte tema legato al colore, che diventa parte integrante del progetto: possono configurarsi come torri colorate capaci di caratterizzare lo spazio, oppure come elementi più discreti che si inseriscono nei margini dell’ambiente, secondo il concetto di mobili interstiziali.

Il dialogo tra le due opere si fonda anche sul tema della libertà: da un lato la libertà generativa dell’immagine computazionale, dall’altro quella compositiva offerta dal sistema modulare, mettendo in discussione l’idea stessa di standardizzazione.


C: Renaissance Dreams – A.I.

La sedia “A.I.” (2019) di Philippe Starck, prodotta da Kartell, e l’opera “Renaissance Dreams” (2019) di Refik Anadol rappresentano due applicazioni contemporanee dell’intelligenza artificiale rispettivamente nel design e nell’arte, entrambe sviluppate nello stesso anno e all’interno di un medesimo contesto tecnologico.

Grazie alla collaborazione tra Kartell, Philippe Starck e Autodesk, “A.I.” nasce come una seduta progettata attraverso un processo condiviso tra intelligenza umana e artificiale. A partire da parametri relativi alla funzione, all’ergonomia e alle modalità produttive, l’algoritmo genera la forma della seduta, successivamente interpretata dal designer. Realizzata in tecnopolimero termoplastico riciclato e prodotta tramite stampaggio a iniezione, la sedia integra un approccio sostenibile, ottimizzando l’uso della materia e riducendo tempi e sprechi.

“Renaissance Dreams”, straordinaria opera di Refik Anadol, presentata nella sala immersiva del MEET, utilizza algoritmi di machine learning per elaborare un vasto archivio di immagini e testi del Rinascimento italiano, trasformandoli in un flusso visivo continuo e avvolgente. L’opera restituisce una visione dinamica della memoria culturale, in cui i dati vengono tradotti in forme, colori e movimenti generati dalla macchina.

Il dialogo tra le due opere evidenzia come l’intelligenza artificiale diventi un vero e proprio strumento progettuale e creativo. In entrambi i casi, la forma non è più esclusivamente determinata dall’autore, ma emerge da un processo di collaborazione con l’algoritmo: da un lato nella definizione di un oggetto industriale, dall’altro nella costruzione di un’immagine in continua trasformazione.

 

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