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Nel cuore della materia. Intervista a Giuliana Cunéaz

Giuliana Cunéaz ha realizzato per il MEET “I Cercatori di Luce” una installazione “site specific” ovvero realizzata appositamente per lo spazio in cui si svolge, a completamento di un percorso espositivo in cui è raccolta tutta la sua poetica rappresentata da alcune delle sue opere più significative dove si rende visibile, palpabile, la sorgente della sua arte: l’intreccio fra tecnologia e creatività.
Siamo stati tutti colpiti non solo dall’invenzione, ma anche dalla perizia registica con la quale si sono armonizzate danza, computergrafica, modellazione 3d, costumi, musica, drammaturgia.
“I Cercatori di Luce” ci immerge in paesaggi e situazioni sospese fra l’archetipico e il tecnologico, ma sempre e comunque comprensibile per tutti, ognuno con la sua libera e personale interpretazione. La storia, il racconto, sono secondari rispetto alla fascinazione dell’immagine: le immagini parlano da sé.
Da questa esperienza abbiamo pensato di realizzare con Giuliana una piccola intervista, con la quale approfondire alcuni, dei tanti argomenti che avremmo voluto affrontare.
(SL)

I cercatori di Luce

 

MEET – Arthur C. Clarke, uno dei pilastri della fantascienza di tutti i tempi ha coniato tre leggi, di cui la terza è la più famosa: “qualsiasi tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”. Difatti c’è qualcosa di alchemico nel legame fra  arte e tecnologia, e questo emerge a mio parere direttamente, nella tua  opera, che ci riempie di immagini  il cui fascino ermetico supera la necessità di qualunque narrazione. Senti anche tu questa fascinazione magica nella relazione fra arte e tecnologia, e quanta magia c’è nel tuo lavoro?

Giuliana – “Sì. La magia e la sua storia mi hanno sempre affascinata, non a caso ho vissuto in compagnia di fate e sciamani, di medium e prestigiatori. Poi ho scoperto, grazie alla fisica quantistica, che tutta la realtà è velata di mistero e che nel cuore della materia si trovano ancora tanti segreti da comprendere e interpretare. Le sofisticate tecnologie che possiamo utilizzare oggi ci consentono di accedere alla visione del nanomondo, cosa prima impensabile e questo ha incrementato la nostra sfera d’incertezza. L’altro aspetto che mi consente di creare l’invisibile è sicuramente l’utilizzo della computer grafica e del 3D che utilizzo dai primi anni Duemila per restituire le meraviglie che percepisco dalle mie esplorazioni all’interno della materia. L’spetto interessante è che puoi veramente costruire i tuoi mondi nei quali aggirarti senza dover utilizzare oggetti posticci o set ingombranti. Non hai bisogno di scendere a patti con qualcosa di finto ma di realizzare un concreto universo sebbene virtuale. Non devi ricreare ma finalmente creare. Tutto ciò accentua nell’opera d’arte, quel senso di magia e di incantamento che è già propria del mondo quantistico in cui pullulano miliardi e miliardi di particelle che “spumeggiando all’unisono”, come direbbe Richard Feynman, generando più meraviglia di una fiaba.”

MEET – l’estetica digitale svuota il concetto di obsolescenza nell’arte.  il genere e lo stile. Il nuovo e la tendenza, le correnti. Sono state una  costante nella storia recente  dell’arte, hanno  generato stili di vita, consumi, succedendosi nel tempo. Ho l’impressione  ora che  il digitale sia di fatto il  media omnicomprensivo  diventato una forma di  infosfera che permea e circonda il nostro pianeta, che con la sua pervasività e velocità sta omologando stili e tendenze in  un unico presente, dove tutti sono presenti e agiscono in una sorta di  compresenza. Sei d’accordo  con questa visione?

Giuliana – “Credo ci sia una necessità urgente di fare ordine. Questo può avvenire solo attraverso lo studio, una rigorosa analisi dei linguaggi e una buona conoscenza delle potenzialità dei mezzi usati. La capacità di discernimento è importante e altrettanto importante è non perdersi nel grande brodo primordiale dove galleggiano talune opere inguardabili, purtroppo la maggior parte… Con il digitale sembra tutto più semplice ma è così solo in apparenza: è vero che attraverso l’uso dei vari software, a un primo sguardo, si possono raggiungere risultati di grande effetto, ma i risultati più interessanti non si ottengono con gli effetti speciali più scontati. Il digitale può offrire l’occasione per creare nuove visioni e approdare a nuove soluzioni estetiche. Credo che il fattore culturale sia la vera chiave di volta. Sono certa che dopo questa fase così caotica ne arriverà un’altra più matura in grado di cogliere le differenze e interpretarle. In sintesi la compresenza di più stili è plausibile, ma è necessaria saper distinguere.”

MEET – siamo stati molto colpiti dalla cura dei dettagli in tutto il tuo lavoro dei I cercatori di Luce, non c’è un dettaglio fuori posto. In particolar modo mi hanno interessato molto i costumi, sia per la loro valenza simbolica, sia per la loro realizzazione. ci puoi raccontare di questo aspetto?

Desideravo creare un abito per ogni personaggio e pensarlo come una seconda pelle. Volevo accentuare il legame profondo che esiste tra corpo e natura. Ho creato per ognuno di essi un bozzetto e una scheda esplicativa. Alcuni sono ispirati al mondo minerale, altri al mondo vegetale o a quello animale. Sono diventati così abiti-natura e abiti-scultura che creano un rapporto osmotico con il personaggio che lo indossa. Devo ringraziare poi il dipartimento di Scenografia di NABA e in particolare Margherita Palli che ha creduto nel progetto e mi ha consentito attraverso i suoi docenti e le studentesse di realizzare insieme uno splendido lavoro.

MEET – Mi sono posto nei confronti de I Cercatori di Luce, come un detective che raccoglie indizi. Dello storytelling poco mi è importato, la immagini si raccontavano da sole, indipendentemente dalla narrazione, almeno è questo quello che ho sentito maggiormente. Ho invece   cercato di rinvenire le tracce della tua storia d’artista, come se da questa lettura emergessero i fatti, il senso profondo di ciò che vedevo. Dunque, ti chiedo di raccontarci come arte e scienza si siano intrecciate nel tuo lavoro e come questo si è materializzato nelle scene dei Cercatori di Luce…

Giuliana – Ho sempre avuto interesse per temi scientifici; la mia prima grande installazione realizzata nel 1984 al Teatro Romano di Aosta intitolata Archéopteryx era un lavoro ambientale e interattivo, legato all’astronomia, che nasceva dalla volontà di catturare l’impronta delle stelle in relazione alla rotazione terrestre. Tutto questo avveniva all’interno di tre coni specchianti e “abitabili” con al vertice un foro stenopeico. Questi elementi funzionavano come veri e propri apparecchi fotografici e posizionando della carta fotosensibile sulla base, si poteva registrare il movimento apparente delle stelle. Negli anni successivi mi sono interessata alla scienza biologica, alla neuroscienza e ho lavorato sul tema del corpo, dell’immaginario e delle trance, mi sono interessata anche a temi di antropologia e sociologia attraverso lavori che evidenziavano dinamiche di socializzazione e di gruppo. Poi , come ti dicevo, all’inizio del nuovo millennio ho scoperto il misterioso e affascinante mondo delle nanotecnologie e della fisica quantistica. Ne I Cercatori di Luce emergono tutti questi interessi, è il lavoro più complesso che abbia mai realizzato e anche il più completo. E’ una grande opera corale dove compare una comunità decisa a non lasciarsi sopraffare dalle tenebre ma a ricercare la luce con l’intento di affrontare insieme i tanti problemi che affliggono la nostra società. Dai tatuaggi sulle rocce alle formule matematiche che si dissolvono nelle mani del disegnatore di luce, dalla sciamana che riesce a far scaturire dalla terra fasci di luce infuocata alle grandi stelle partorienti, dai mulini che raccolgono acqua che a contatto con l’aria si solidifica trasformandosi in energia ai fili dorati raccolti dalla fanciulla che rimandano al bisso marino e ai moltissimi altri esempi presenti nell’opera filmica si può assistere al connubio affascinante che si crea quando arte e scienza diventano complici.

MEET – noi crediamo che la sala immersiva non sia solo uno spazio. Crediamo sia  un vero e  proprio  media,  un ispiratore di architetture  immaginarie, un  “locus” dove l’opera e l’ambiente interagiscono per  nulla estranei  l’uno all’altro, ma  uniti in un medesimo  disegno. Quanto  questo  è vero per I Cercatori di luce?

Giuliana – Lo spazio diventa la forma stessa dell’opera, la contiene e la definisce.
Uno stesso lavoro proiettato in luoghi differenti cambia di aspetto. Assume un carattere differente, modifica il suo stato d’animo. Trovo questo molto interessante e posso dire che vedere ora il lavoro nella grande sala immersiva del MEET mi crea una forte emozione. Molti aspetti vengono esaltati, diventa un’opera ancor più relazionale e i movimenti di camera nei paesaggi virtuali assumono ancor più vigore. È una meravigliosa esperienza da non perdere!

Giuliana Cunéaz

 

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