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#MEET Maryanne Wolf | Around Reading

Maryanne Wolf è, oltre che una studiosa e un’insegnante, una grande sostenitrice dell’alfabetizzazione in tutto il mondo: il suo lavoro ruota attorno allo studio del cervello che legge e ai processi di apprendimento durante il suo sviluppo. Ha alle spalle due decenni di ricerche nel campo delle neuroscienze cognitive e della psico-linguistica.

L’obiettivo che si è posta, anche scrivendo il suo ultimo libro, è quello di far riflettere e pensare il pubblico per condurlo in un percorso di dialogo che non deve necessariamente essere d’accordo con la sua opinione ma il cui disaccordo, al contrario, potenzi il suo lavoro. Il tema su cui si è soffermata principalmente è stato quello dell’alfabetizzazione e della lettura, che viene spesso dato per scontato dalla maggioranza ma che è un diritto fondamentale. Quello che Maryanne Wolf vuole fare è andare a intervenire dove non ci sono scuole e insegnanti per aiutare a capire sia le opportunità sia le sfide che il cambiamento quotidiano che subisce la letteratura porta con sé.

L’alfabetizzazione cambia il nostro cervello: non siamo nati per leggere, non ci sono geni dedicati a questa attività come li abbiamo invece per altre funzioni come la vista o la parola; è un atto che abbiamo sviluppato “solo” seimila anni fa. La lettura va a creare un circuito celebrale che cambia la traiettoria della nostra vita, avvengono trasformazioni interne alla nostra coscienza, che hanno impatto anche sulla nostra parola. Il cervello ha bisogno di creare nuovi collegamenti tra le parti più “vecchie” (quelle geneticamente programmate alla vista, ai sistemi cognitivi, all’affetto, al sistema motorio…), che quindi devono fare uno sforzo nella lettura. Questo circuito non è naturale, ma si deve sviluppare e noi come società dobbiamo aiutare questo sistema ad auto-collegarsi e permetterci di leggere. Questo crea una plasticità che porta ad un effetto distorsivo in quanto nessuno può aver sviluppato un circuito di lettura perfetto e ideale, ma ognuno sviluppa un proprio sistema di scrittura. L’esempio che Maryanne Wolf porta è la differente attivazione di aree celebrali tra la scrittura e la lettura della lingua inglese e la lingua cinese, che non è una scrittura fonetica ma è composta da un alfabeto fatto di oltre cinquemila caratteri e che quindi richiede attivazioni diverse.

Il circuito celebrale cambia anche in base al medium, che va a modificare le elaborazioni e i processi celebrali. Il cervello tra la nascita e i cinque anni è come un computer che sta apprendendo dati, risucchiando tutte le informazioni che vanno a formare i circuiti, ma non i collegamenti tra essi. Un’attività che Maryanne Wolf consiglia sempre ai genitori è quella di scrivere, leggere e anche cantare ai propri figli: ogni singolo libro letto a un bambino insegna parole che sono sempre rappresentazioni. Più un bambino viene a contatto con una parola, maggiore sarà la permanenza nel cervello. Leggere ai figli, quindi, non migliora solo la conoscenza delle parole ma anche i concetti collegati ad esse, i suoni, i fonemi e l’affetto: la lettura, infatti, è strettamente collegata alla componente affettiva e viene associata al “prendersi cura di…”.

Quello che nei suoi studi ha potuto osservare, sia negli Stati Uniti ma anche in Italia, è che nelle famiglie privilegiate i bambini sono avvantaggiati non solo dal punto di vista economico ma anche delle conoscenze: si osservano differenze già a partire dall’asilo, dove arrivano bambini a cui mancano parole, che proprio non le hanno rappresentate in testa. Questo non deriva solo dal fatto di leggere libri ma anche raccontare, parlare e far sì che le parole diventino vive e vengano poi passate alle prossime generazioni.

Leggere insegna anche ai bambini a sviluppare un egocentrismo in senso positivo: raccontare a un bambino una storia dove non si parla di lui permette uno sviluppo emotivo e sociale, tramite l’attivazione di aree celebrali che sono responsabili della comprensione linguistica ed espressiva della lingua stessa. Il punto della lettura non è decodificare, ma andare oltre la storia e la saggezza dell’autore e scoprire la propria saggezza, aprirsi a processi che portano a elaborare pensieri disciplinati, riflessioni, contemplazione e la capacità di pensare oltre a quello che c’è scritto sul testo. La conoscenza di base è fondamentale, se nei primi cinque anni di età non avviene uno sviluppo di questi elementi di base sarà più difficile abbinare concetti e parole in futuro. Il senso della lettura è quello di essere talmente immersi al punto che i nostri neuroni fanno un “balzo” in avanti seguendo la storia: un esempio che Maryanne cita è Anna Karenina, in cui la protagonista sta per saltare sui binari e, se immersi in una lettura profonda, anche i nostri neuroni fanno questo “salto”.

Sviluppare una piattaforma di base e una conoscenza interna non è un processo lineare: bisogna trasformare idee in pensieri e sensazioni così che diventino un’empatia affettiva che ci porta ad avere compassione e comprensione degli altri. Inoltre, non va trascurata l’importanza della finzione, che è un pezzettino di coscienza degli altri. Uno degli aspetti spesso trascurato è quello dell’analisi critica, che è quella che connette l’analogia (ovvero quello che abbiamo letto) a quello che conosciamo. La decodifica non è solo superficiale, ma bisogna andare in profondità della lingua per comprendere cosa c’è dietro le parole. L’analisi critica sta scomparendo: ciò che si pensava prima viene confermato, senza aprirsi a un confronto. Bisogna, al contrario, diventare riflessivi e contemplativi, così da comprendere i propri pensieri e aprire la mente alla conoscenza, all’amore, al rispetto. Per questi approfondimenti ci vuole tempo, non si possono attivare processi di lettura profonda senza darsi il tempo che serve per dare attenzione.

I media in questo processo hanno un ruolo fondamentale: il deep reading richiede anni per attuarlo, perché è come se il cervello stesse elaborando un pensiero nuovo. I circuiti di lettura rispecchiano il medium su cui l’attività avviene: ogni mezzo ha costi, opportunità e debolezze ma il cuore del suo lavoro è l’elaborazione profonda. In questo, la tecnologia ha dato opportunità straordinarie che fino a dieci anni fa erano inimmaginabili: si possono elaborare quantità enormi di informazioni, hanno permesso di diventare multitasking e ci sono mille forme interattive di creatività.

La prima sfida da affrontare è nei bambini dalla nascita fino a cinque anni, soprattutto nella fascia d’età che va dai due ai cinque anni in cui c’è un graduale aumento di utilizzo degli schermi. Soprattutto con la pandemia, i genitori si sono ritrovati obbligati a scegliere di aumentare il tempo di utilizzo degli schermi con delle ripercussioni: i bambini si trovano ad essere sovra-stimolati e, quando gli schermi vengono tolti, si ritrovano ad essere annoiati. La noia, che potrebbe essere un trampolino di lancio per lo sviluppo della creatività, non viene vista come un’opportunità per creare qualcosa di nuovo. Lo sviluppo dell’alfabetizzazione nella fascia tra zero e cinque anni ha anche a che fare con la lettura di storie da parte dei genitori rispetto a una storia su uno schermo, in quanto entrambe comportano un’attivazione celebrale di aree diverse. Le aree sono maggiormente attivate quando un libro viene letto rispetto a un audio book o vista su uno schermo, che invece porta a una passività piuttosto che un’immaginazione attiva. Sempre più studi dimostrano che gli schermi sono un problema anche tra gli adolescenti: c’è una differenza di densità delle connessioni nei circuiti di lettura negli adolescenti che leggono su libri e non su schermi, e vi è anche un cambio a livello di attenzione. A livello di studio, il campione più grande analizzato è stato a Barcellona, dove in una ricerca sono stati raccolti dati su un campione di 171.000 persone, confrontando la lettura su carta con quella su schermi. Sono state poste domande semplici sulla comprensione della storia e sulla sequenza. Sono emersi due dati interessanti: il primo è che chi ha letto su carta ha ottenuto migliori risultati per quanto riguarda la comprensione; il secondo è che, svolgendo una sub-analisi su giovani che stavano per laurearsi ed erano i cosiddetti “digital native”, essi si consideravano migliori perché avevano letto più velocemente. Ciò ha messo in luce un problema, ovvero che la velocità è confusa con la comprensione, la conoscenza e l’approfondimento.

Al giorno d’oggi, siamo bombardati da informazioni quindi la capacità di scremare è importante per la concentrazione, la memoria e l’attenzione. La complessità è andata perduta, ma c’è un bisogno empatico di capire gli altri e cogliere punti di vista diversi. Ad avere impatto sul nostro futuro non è cosa leggiamo, ma come leggiamo: la conoscenza deve essere l’elemento che ci porta avanti e ci fa comprendere come l’innovazione ci può mantenere in condizioni migliori, darci la possibilità di crescere ed espandere.

“Il nostro cervello deve essere in grado di capire cosa saltare, ma anche come leggere in profondità diversi media. Bisogna lavorare sulla riflessione, sull’empatia e sul pensiero critico”.

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