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Il filo rosso che ci ha portato a Geoff Mulgan

Aspettando il 4 aprile, vogliamo ripercorre com’è nata l’idea di invitare Geoff Mulgan a Milano.

Dopo l’appuntamento con Manuel Castells il tema della social innovation era già caldo, ma un’ulteriore scintilla è scoccata quando gli amici di Doppiozero ci hanno raccontato come si stava sviluppando il loro progetto del premio CheFare, nato con l’obiettivo di far emergere e sostenere progetti culturali ad alto grado di innovazione e di impatto sociale.

In poco più di un mese – tra fine settembre e inizio novembre dello scorso anno – anche grazie alla collaborazione di realtà come Avanzi, la Fondazione Ahref e Tafter, Domenica del Sole 24 Ore e Meet the Media Guru – CheFare ha raccolto oltre 500 progetti di innovazione culturale provenienti da realtà profit e non profit di tutt’Italia. È dunque emersa una realtà che non si arrende di fronte alla crisi, che è alla ricerca di modelli e soluzioni nuove per fare cultura e mira a mobilitare risorse creando partecipazione.

Dall’esperienza di CheFare sono emerse alcune considerazioni: l’esigenza di sperimentare nuovi modelli di sostenibilità e di fare rete è molto forte, ma si scontra spesso con la mancanza di strumenti, riferimenti a cui ispirarsi e un uso della rete limitato rispetto a quanto succede all’estero. È altresì apparso chiaro come il concetto stesso di social innovation sia in qualche modo limitato ad un pubblico ristretto, fatto di specialisti dell’innovazione o del terzo settore e di finanza etica.  Da qui la discussione con Doppiozero e Avanzi – che già da tempo si occupano di questo tema – per individuare un testimonial da invitare a Milano per raccontare best practice e tracciare un’analisi di scenario.

Geoff Mulgan – Phd in telecomunicazioni al MIT, un’esperienza di policy maker con Tony Blair, direttore della Young Foundation dal 2004 al 2011 e attuale CEO di Nesta  – è subito sembrato a tutti la persona più adatta per ripercorrere l’origine del concetto di social innovation, illustrarne il legame con le nuove tecnologie digitali e aggiornarci sul dibattito in merito agli strumenti per promuoverne lo sviluppo (dai challenge prize agli impact investment bonds).

Nel diffondere la notizia dell’incontro del 4 aprile con Geoff Mulgan abbiamo anche raccolto qualche scetticismo,  alcuni lamentano la poca chiarezza sul termine social innovation, altri sembrano considerarla un’utopia. Per quanto riguarda la definizione di social innovation, benché in Italia non se ne sia parlato troppo, possiamo in realtà contare su molti studi rigorosi ed è per esempio possibile prendere come riferimento la definizione data dalla UE; sulla seconda osservazione preferiamo invece ostinarci a pensare che si possa migliorare continuamente la qualità della nostra vita e che un elemento indispensabile di questa risposta sia la capacità di mobilitare network e partecipazione.

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