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Sei domande a Judy Mam e Eleonora Brizi

 

A partire dal 10 maggio, MEET con ‘Prospettiva DADA’ propone un percorso espositivo e laboratoriale sulla crypto arte e sulla community e piattaforma digitale di arte collaborativa DADA dove artisti di ogni parte del mondo si rispondono gli uni con gli altri attraverso dei disegni, dando vita a “conversazioni visuali” spontanee. Quali sono le caratteristiche e le peculiarità di questo movimento  artistico?
Lo abbiamo chiesto in sei domande a Judy Mam, cofondatrice di Dada e Eleonora Brizi, curatrice di criptoarte.


MEET – La scena artistica ha avuto uno stimolo fortissimo con la rivoluzione NFT, come non se ne vedevano da tempo, che ha rimescolato le carte in tavola e sconvolto equilibri consolidati sia nel mercato dell’arte che nel modo di fruirne.
Qual è stato l’impatto (della rivoluzione NFT) sull’estetica? Ora che il digitale ha reso contemporanei tutti gli stili possibili, è ancora possibile vedere qualcosa di esteticamente nuovo? Dobbiamo aspettarci qualcosa di diverso?

JUDY – Certamente, un’enfasi sull’estetica digitale. Non so quanto impatto avrà in ultima analisi sul mondo dell’arte o sulla cultura in generale, ma poiché è digitale, la sua influenza può diffondersi rapidamente in diverse aree della cultura visiva mainstream come i video musicali, l’intrattenimento, ecc. Un ottimo esempio sono i Cryptopunk, il cui stile pixellato è stato ampiamente copiato agli albori dell’aumento del collezionismo di PFP. Il mondo della criptoarte comprende diversi generi nativi digitali come la trash art, la glitch art, la dank art (Rare Pepes), i meme, deliberatamente grezzi e crudi, e, dall’altra parte dello spettro, l’arte e l’animazione iperrealistica e futuristica generata al computer. L’arte generativa è un altro genere. Il DADA ha una propria estetica digitale che deriva dal fatto che gli artisti che disegnano su DADA utilizzano uno strumento di disegno molto semplice e, pur avendo gamme di stili diverse, le nostre conversazioni visive hanno una consistenza propria.

ELEONORA – Innanzitutto, questa domanda mi sta molto a cuore. È per questo che mi sono ritrovata a porla come “domanda bonus” a tutti i 50 artisti che ho intervistato per il libro Crypto Art Begins pubblicato da Rizzoli, idea di NFT Magazine, che ho curato. Quello di cui parlavo, nel caso piu’ specifico, era se la Crypto Arte e gli NFT (di arte) avessero una propria estetica. E posso affermare che il feedback generale della community, inclusa me, è stato che il movimento della cryptoarte e così poi anche tutta l’arte commercializzata attraverso gli NFT (anche se in forma minore), sono accomunati da valori piuttosto che da un’estetica: quelli della rottura, della ricerca, sperimentazione, abbattimento dei limiti, proposte di nuovi paradigmi. Ancor prima di parlare di temi come la decentralizzazione o la commercializzazione peer-to-peer. L’arte digitale, la cryptoarte, gli NFT, hanno reso “legittimi” tutti quei generi che il mondo tradizionale dell’arte ha sempre escluso; come si può parlare di un’estetica comune? Forse, nel 2023 non si dovrebbe piu’ riferirsi ad un movimento artistico in quanto corrente caratterizzata da una certa estetica, quanto più una corrente caratterizzata da certi valori condivisi. Soprattutto quando si parla di web e di utilizzo delle tecnologie, quindi di innovazione.
Certo, e’ anche curioso analizzare come nonostante questa estetica, per esempio nella cryptoarte, sia molto poco caratterizzante del movimento, in realtà sia cambiata nel corso del tempo, il che non la rende completamente irrilevante. Come? Attraverso i gusti “imposti” da chi colleziona. Non perché non ci fosse stata la presenza di tanti stili diversi, ma perché probabilmente le opere che hanno raggiunto un mercato tale da rendercele note, erano per esempio collezionate – se pensiamo al 2018 – da investitori di crypto monete, che sicuramente hanno un gusto estetico abbastanza caratterizzato. Se invece analizziamo il mercato oggi, con l’entrata in scena del mondo dell’arte, anche i collezionisti sono cambiati e così anche l’estetica mainstream. Ma attenzione, non bisogna mai confondere la produzione artistica con quello che e’ il suo mercato.

MEET – Mi chiedo se l’arte oggi sia la creazione dell’artista stesso, riuscendo – forse – in quella sintesi tra arte e vita che ogni artista desidera. Cosa ne pensate?

JUDY – La realtà di essere artisti digitali nel mondo del Web 3 ha fatto sì che gli artisti siano in primo luogo i loro stessi marketer, poiché si tratta di una cultura peer-to-peer e si svolge per lo più in digitale, su piattaforme come Twitter, Discord e Telegram. Di conseguenza, gli artisti devono dedicare molto tempo al marketing verso i propri follower, la comunità e i potenziali collezionisti. Alcuni artisti si sono fusi con l’arte che creano (Bitcoin di Sarah Meyohas o ROBNESS per fare due esempi), ma credo che la maggior parte degli artisti stia lottando per farsi notare in un ambiente altamente competitivo, estremamente veloce e volubile. Non hanno il tempo di diventare loro stessi arte.

ELEONORA – Credo che già con l’utilizzo dei social media, e quindi del web, da parte degli artisti ancor prima di parlare di web3 si potesse già considerare la crescita del fenomeno dove appunto l’arte e’ l’artista stesso. Io ho lavorato per 4 anni allo studio di Ai Weiwei a Pechino, li’ l’artista e l’arte sono inscindibili, e’ un dissidente, la sua arte e’ in funzione della sua vita e viceversa, Weiwei e’ uno tra i primi artisti che su Twitter ha creato il suo “impero” e lo faceva ancora prima attraverso un blog.
Per gli artisti di Web3 però e’ diverso. Differente e’ la situazione dove il creatore e la creazione non possono piu’ esistere l’uno senza l’altra, un altro conto e’ quando gli artisti diventano anche i PR di loro stessi, si occupano della propria comunicazione, delle proprie strategie di mercato, sono schiavi dei like su Twitter perché in caso contrario non avrebbero successo tra i collezionisti, e quasi non hanno piu’ le energie per dedicarsi alla propria arte.

MEET – Abbiamo visto come la transizione al web 3.0 sia una vera e propria sfida per la nostra società, un cambio di paradigma così forte e dirompente che si inserisce in un contesto storico completamente diverso da quello che ha accolto prima il web, e poi il web 2.0.
Considerando i tre pilastri del web of value, prima la blockchain, poi il metaverso e ora l’intelligenza artificiale, solo quest’ultima sembra sperimentare un successo e una comprensione unanime, quasi popolare, se confrontata con le difficoltà che i primi due oggettivamente presentano (step di ingresso molto elevati per un alfabetizzato digitale medio).
Andando oltre i facili entusiasmi per l’hype, cosa pensa dell’adozione senza dubbi che l’AI sta ottenendo tra gli artisti?

JUDY – Non credo che ci sia un’adozione senza una messa in discussione. Gli artisti si stanno confrontando con le implicazioni dell’arte dell’IA, in molti casi sperimentando e dimostrando che è l’artista a programmare la macchina e che la macchina non può creare arte senza l’apporto unico dell’artista. Gli artisti stanno cercando di capire se e come possono beneficiare dell’IA. Credo che alcuni artisti siano molto preoccupati per l’IA, per i suoi problemi con i diritti di proprietà intellettuale e per ciò che preoccupa ogni essere umano, ovvero che le macchine possano prendere il sopravvento.

ELEONORA – Il discorso sull’Ai e’ molto lungo e complesso e probabilmente non si hanno ancora i giusti mezzi per giudicarla. Non vorrei essere banale, ma chi e’ l’AI senza l’artista? Allo stesso tempo credo anche che viviamo in tempi molto eccitanti! E io personalmente non vedo l’ora di partecipare e godere delle strade che si prenderanno con la collaborazione tra creatività ed AI. L’AI e gli algoritmi sono come la vita: c’è una parte che puoi controllare, ma la restante parte e’ frutto di “randomizzazione”.

MEET – Pensi che ci sia una posizione “sana” da assumere nell’approccio a questa tecnologia o possiamo ancora dedicare tempo alla sperimentazione spontanea e giocosa, ma anche selvaggia?

JUDY – La posizione sana è quella di sperimentare e creare, di acquisire intuizioni e imparare, di comprendere le sue molteplici implicazioni e di usarlo in modo etico e responsabile.

ELEONORA – C’e’ ancora molto “rumore” intorno alle produzioni di Intelligenza Artificiale. Molti esperimenti dovranno ancora essere compiuti per arrivare alla distillazione del siero della bellezza, dell’essenziale. Probabilmente l’unico approccio sano da prendere e’ quello di aprirsi e continuare a sperimentare.

MEET – Quanto ritiene che sia necessario un “equilibrio di sensibilità” tra artisti, collezionisti, curatori e amministratori dei beni culturali per avere un approccio a queste tecnologie che sia serio e libero da pregiudizi?

JUDY – Non è una questione di sensibilità. Nel caso del Web 3, è una questione di ignoranza e paura. A causa della sua natura decentralizzata, le NFT e la blockchain non sono una tecnologia facile da capire. Richiedono un cambiamento di mentalità perché cambiano il modo in cui facciamo le cose. Cambia le nostre idee preconcette su come fare, vendere, collezionare e vivere l’arte. Le persone hanno paura dell’innovazione e di ciò che non riescono a capire, quindi, c’è un contraccolpo nel mondo dell’arte tradizionale e nei media perché non sanno come affrontare questa rivoluzione; il loro primo istinto è quello di rifiutarla. Posso capire perché i curatori e le istituzioni dell’arte tradizionale respingano alcuni aspetti della cultura NFT, ma ne perdono completamente il potenziale se si concentrano solo sui loro pregiudizi estetici o se hanno troppa paura o sono troppo pigri per indagare seriamente sulla tecnologia. Potrebbero scoprire centinaia di artisti di talento spettacolare, potrebbero portare più arte a più persone e portare le loro menti e istituzioni nel XXI secolo, ma questo richiede uno sforzo.
Naturalmente, nel mondo dell’arte legacy alcuni artisti famosi hanno visto il potenziale finanziario e si sono lanciati in quella che sembra un’opportunità di guadagno. La maggior parte degli attori dello spazio NFT sta solo replicando le dinamiche del mondo dell’arte tradizionale, ma con gli steroidi. Tuttavia, sono pochi i progetti che utilizzano la tecnologia come trampolino di lancio per la collaborazione, la libertà creativa e la sperimentazione. DADA utilizza la tecnologia per creare un’alternativa economicamente valida e collaborativa per gli artisti.

ELEONORA – Le novità, l’innovazione, sono spesso bloccate e ritardate non solo per la paura dell’ignoto, ma anche per schemi sociali pre-imposti che altrimenti crollerebbero. Chi e’ favorevole alla decentralizzazione quando viviamo in un mondo dove viviamo per sostenere le bolle bancarie? Lo facciamo attraverso i mutui, attraverso i pagamenti a rate.. Chi e’ favorevole all’espansione e all’utilizzo di algoritmi piu’ “liberi” quando viviamo costantemente controllati da algoritmi molto rigidi e prefissati che, imparando chi siamo, sono una tra le piu’ grandi forme di sostentamento per le grandi aziende e le big tech? Grazie al cielo abbiamo l’arte, e l’arte, infatti, è libertà. Per questo l’arte e’ sempre in prima linea a sbandierare l’innovazione.

MEET – Infine, una domanda sul Metaverso.
La VR, immersiva o meno, è riducibile a un sistema di valori estetici ed emotivi che appartengono all’artista, che nella scena del mondo virtuale è il demiurgo totale, potendo costruire un intero mondo in intimità con la propria visione. Avete mai pensato di portare la vostra arte nel Metaverso, dove tutta la realtà in cui siete immersi è, in realtà, una rappresentazione creativa?

JUDY – L’abbiamo fatto il prima possibile! Quando si utilizzano strumenti digitali per creare arte, non è un’idea inverosimile. Abbiamo organizzato diverse mostre e incontri. Abbiamo una casa DADA nel Metaverso! L’artista Angie Taylor ha creato un bellissimo spazio espositivo per i Creeps & Weirdos. L’anno scorso abbiamo organizzato una mostra a rotazione delle nostre conversazioni virtuali in una galleria virtuale. E stiamo ricreando uno spazio reale per una mostra delle prime NFT storiche curata da Eleonora Brizi l’anno scorso.

ELEONORA – Io vedo il metaverso come un paradiso. Sono una curatrice, nel metaverso posso decidere la grandezza delle opere in base a quelle che voglio narrativamente mettere in risalto. Posso esporre arte in posti che non siano noiosi e bianchi. Posso creare delle mostre eterne, posso fare tutto ciò che ho sempre sognato senza i limiti del mondo fisico. Il metaverso e’ come il prolungamento delle dimensioni conosciute, o meglio percepite, lascio a voi contarle. Nel metaverso puoi essere chi sei, ma soprattutto chi vuoi. L’unica cosa che sto ancora aspettando impazientemente e’ una vera e solida implementazione del Web3 nel metaverso, nel rispetto dell’unica legge suprema: l’interoperabilità.

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