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Intelligent Living. Intervista a Gianluca Brugnoli

Parlare di futuro è entusiasmante, ma anche faticoso.
Chi si occupa di passato, raffina il pensiero su quanto è scritto nella storia e nella cronaca, entra in sintonia con il proprio pubblico focalizzandosi sulla sequenza degli avvenimenti, rileva particolari nascosti, dà una nuova interpretazione. Certo non è facile neppure questo.
Eppure, parlare del futuro è ancora più complicato. È difficile raccontare di qualcosa che deve ancora avvenire. Più ci si allontana dal nostro orizzonte temporale quotidiano più è difficile riuscire a dare una chiara e vivida immagine di ciò che sarà. Comporta uno sforzo di coinvolgimento nella propria visione di futuro che non è facile ottenere.
Già, di futuri ce ne sono molti. Se il passato ha il vantaggio relativo di un dato di certezza (ciò che è accaduto è certo) il futuro porta con sé tutta l’incognita della imprevedibilità, e dunque per chi se ne occupa, aumenta la possibilità di sbagliare, di andare fuori strada.

Questo al MEET non spaventa. Chi lavora con noi, chi ci segue, sa che proprio sui sentieri del nuovo e del probabile il nostro passo si fa sicuro, la vista più acuta. Ci siamo probabilmente abituati a studiare panorami lontani.
Fortunatamente non siamo i soli e condividiamo questa attitudine con altri che assieme a noi svolgono con coraggio questa ricerca.
Abbiamo avuto occasione di conoscere durante il Salone del Mobile Gianluca Brugnoli, Chief Design Officer al Huawei MIlan Aesthetic Research Center che qui al MEET ha aperto l’incontro di Tomorrow Living Exhibition il percorso espositivo che ha visto la presentazione di un incredibile intreccio di pensiero realizzato da trenta tra le più importanti personalità del mondo del design e dell’architettura cimentarsi nell’idea di futuro, di abitabilità, resilienza, sicurezza in un quadro che ha dell’incredibile.
Gianluca ha sintetizzato il senso del progetto nel suo intervento, ma non contenti gli abbiamo proposto di approfondire anche altri temi, di rilanciare la discussione in una intervista su tecnologia mobilità, città, ambiente che vi proponiamo qui di seguito.
Inutile dire che simo entrati subito in sintonia, chi sogna futuri ben volentieri li incrocia con gli altri, più voci, molte voci, permettono alla visione del nuovo di avere corpo e credibilità, fondamentale per essere compreso. E nello spiegarlo, non affaticarsi troppo.

MEET – Il futuro dell’abitare passa attraverso il digitale, questo è fuori di dubbio, ma cosa si rende necessario perché questo avvenga?

Gianluca – Il digitale sta cambiando tante cose nel nostro mondo e nella nostra vita, perché con il digitale le cose sono connesse a Internet e funzionano grazie al software. Dunque, il primo requisito è che gli spazi e gli oggetti intorno a noi siano connessi in modo stabile alla rete, in modo che possano scambiare dati e coordinarsi tra di loro. La somma di tutte queste connessioni è quello che permette l’intelligent living, che è un’esperienza continua che va oltre i singoli schermi, i singoli dispositivi e i singoli spazi, per diventare un “super-device”, che abilita un flusso continuo di esperienze digitali che connette mondo fisico e virtuale.

Il secondo punto è che la connessione sia sicura, protetta e privata. Questa è il punto centrale per godere dei benefici di una vera vita connessa: la fiducia. Dobbiamo essere sicuri che la nostra privacy e la nostra identità siano sempre protette. Oggi la sicurezza è diventato un problema sia tecnologico che di user experience. Lo vediamo bene tutti i giorni nella competizione tra i vari brand tecnologici a livello consumer: la capacità di assicurare maggiore protezione dei dati e della privacy è diventato un fattore critico di scelta per gli utenti, che sono sempre più sensibili e attenti al tema. Con la proliferazione di dispositivi connessi che possiamo comodamente gestire con uno smartphone, dobbiamo rendere più forte, facile e immediata la gestione della sicurezza, in modo da aumentare la fiducia e l’adozione delle varie soluzioni tecnologiche che abilitano l’intelligent living.

La terza condizione necessaria è che i vari dispositivi connessi all’ecosistema tecnologico della casa siano realmente integrati e interconnessi tra di loro a livello software e gestibili con un buona user experience, unificata e semplificata. Questa integrazione è fondamentale sia per permettere una vera automazione intelligente del sistema che non sia limitata alle feature dei singoli dispositivi ma che riesca a combinare features di dispositivi diversi attraverso vari scenari, sia per fornire un’esperienza d’uso più semplice e efficiente per gli utenti finali. Oggi questo è oggettivamente un punto dolente, c’è ancora troppa frammentazione e c’è ancora molto lavoro da fare per costruire una user experience realmente intelligente, unificata e integrata.

MEET – La tecnologia ci apre ad un aspetto veramente inedito: intelligenza artificiale, interfacce vocali, ologrammi digitali ci permettono di creare una interazione quasi empatica con gli oggetti. In che modo cambierà il nostro modo di vivere con una casa così profondamente interattiva e dialogante?

Gianluca – Le interfacce vocali sono un passaggio fondamentale per l’intelligent living, perché ci permettono di interagire senza uno schermo o una tastiera. Basta la voce. A questo punto posso essere in qualunque punto di una stanza o avere le mani occupate, e comunque interagire con un assistente virtuale semplicemente parlandogli. Grazie all’interazione vocale possiamo implementare una tecnologia davvero ubiqua, diffusa negli spazi intorno a noi.

Le nuove generazioni di interfacce vocali funzionano in entrambe le direzioni: noi possiamo parlare ai nostri dispositivi connessi, e questi possono risponderci con la voce. Una volta aperto questo dialogo il passo successivo è quello di usare sensori, dati e intelligenza artificiale per avere un’interazione con la tecnologia più sofisticata e empatica, capace di capire le nostre emozioni e di adattare l’interazione di conseguenza. Questa è la nuova frontiera per i designer dell’interazione.

Ci sono già molti esempi dove queste forme di “artificial empathy” arrivano a quasi ad anticipare bisogni e preferenze, proponendo esperienze iper-personalizzate sullo stato d’animo del momento. Possiamo avere un assistente virtuale che capisce se abbiamo bisogno di riposare o di divertirci e che può adattare l’atmosfera della nostra casa di conseguenza gestendo luci, suoni, temperatura e altri dispositivi. Oppure ci suggerirà come adattare la temperatura di un ambiente, rimandando l’uso di un elettrodomestico, per consumare meno energia senza ridurre il comfort. In un mondo che va verso l’invecchiamento della popolazione, nelle nostre case saremo assistiti da agenti intelligenti, dei robot che invece di comunicarci soltanto il dato della glicemia o il ritmo cardiaco, potranno suggerirci cosa mangiare per cena o quando prendere una medicina. Tante interazioni nella nostra casa oggi gestite manualmente una per una (aprire o chiudere una finestra, regolare la luce o la temperatura, usare un elettrodomestico), saranno gestire automaticamente in modo intelligente, seguendo il contesto o il bisogno del momento, anche senza una nostra richiesta diretta.

Queste tecnologie comunque non sostituiranno l’interazione con altri esseri umani, non è quello lo scopo. L’artificial empathy è un modo per creare esperienze sempre più personalizzate e semplificate, aggregando più funzioni in diversi scenari e rendendo l’interazione con vari sistemi tecnologici più naturale e vicina alle nostre preferenze, migliorando la nostra qualità della vita.

MEET – Le nuove forme dell’abitare e della mobilità vanno di pari passo.  In atto nel cambiamento dell’automobile non c’è solo l’elettrificazione, ma l’integrazione in un ampio insieme di innovazioni che riguardano la rete, il territorio ma anche l’abitabilità dei suoi interni. Come vedi il suo futuro?

L’automotive è nel pieno di una profonda rivoluzione. In realtà è una doppia rivoluzione che vede sia il passaggio dai motori a combustione interna all’elettrico, che la trasformazione digitale del veicolo. Molti sono concentrati sul primo punto, ma la vera disruption per il settore è il passaggio al digitale. Già oggi le auto sono computer su ruote, gestite da software e centinaia di processori. Le auto più innovative sono sempre più simili a uno smartphone: connesse via cloud, governate da software sempre più sofisticati, collegate a servizi digitali, con app che si installano e si aggiornano automaticamente. Il passaggio al digitale comporta anche livelli crescenti di “sicurezza attiva”, al punto che si parla di auto che si guidano da sole grazie all’intelligenza artificiale (solo in determinate condizioni).

La digitalizzazione dell’esperienza automotive apre vari scenari.
Il primo è che un’auto sempre connessa, è un dispositivo IoT altamente sofisticato completamente integrato nel nostro ecosistema digitale personale. Questo significa che la mia auto, il mio smartphone, la mia casa sono connessi tra di loro, usano gli stessi servizi e app e si coordinano scambiandosi dati e informazioni automaticamente in background. In auto ritrovo le mie playlist, i miei messaggi, le mie app e i miei contenuti, e posso gestire le mie destinazioni o gli scenari della casa o dell’ufficio.

Secondo: un’auto connessa che si guida (quasi) da sola è una lounge su ruote, uno spazio confortevole e accogliente in cui posso rilassarmi e svolgere altre attività. Avremo ancora per molto tempo un guidatore davanti al volante, ma l’esperienza all’interno dell’auto sarà sempre più personalizzata sui singoli passeggeri combinando intrattenimento e servizi digitali, distinguendo per esempio bambini da adulti. Un bel esempio è NIO, start-up cinese che realizza veicoli elettrici, in cui si può interagire con la voce con quasi tutte le funzioni dell’auto attraverso il Nomi, un assistente virtuale intelligente che gestisce multipli scenari, riconoscendo i diversi utenti e rivolgendosi a loro in modo diverso.

Terzo: un’auto connessa può essere parte di un sistema di mobilità integrata dove si combinano mezzi privati, mezzi pubblici, spazi di sosta, di ricarica e altro. Il modo di muoversi in città e fuori dalla città può essere ripensato, con sistemi di car sharing iper-personalizzati dove ogni veicolo si adatta automaticamente alle mie preferenze e al mio profilo di utente del servizio e conosce già la mia destinazione o piano di viaggio. Sono tutti scenari molto affascinanti e credo ci siano enormi potenzialità di innovazione e di miglioramento.

MEET – Oltre lo spazio dell’abitazione e lo spazio della mobilità, a cambiare radicalmente c’è anche il volto della città. Il concetto di Smart city è già entrato nel profondo della nostra società, e se ne parla abbondantemente. Quello di cui si parla meno è come le città intelligenti parleranno con il territorio?  di smart country non si discute.

Gianluca – Vero, il digital divide passa anche attraverso la disponibilità di banda larga tra città e campagna, ed è un problema globale. Ovviamente i grandi centri urbani già concentrano decine di sistemi tecnologici e infrastrutture diverse e sono naturalmente portati a diventare interconnessi e “smart”.

Tuttavia, l’esperienza degli ultimi due anni con il lavoro da remoto ha messo in nuova luce i limiti e le strozzature dall’attuale infrastruttura e sta mettendo in discussione l’idea di centralizzazione. Si comincia a rivalutare modelli organizzativi distribuiti e de-centralizzati. In fondo, il digitale è una tecnologia mobile e ubiqua per definizione, i servizi devono arrivare a chiunque in qualsiasi luogo senza restrizioni fisiche o temporali.

A questo scenario aggiungerei le grandi trasformazioni già in corso come l’agricoltura intelligente di precisione, i progetti di industria 4.0 e la necessità di ottimizzare e razionalizzare i consumi di energia, sviluppando le rinnovabili, tutte cose che richiedono banda larga, servizi cloud, AI e sistemi IoT distribuiti e accessibili ovunque. Secondo me questo porterà ulteriore attenzione alla disponibilità di banda sul territorio fuori dai grandi centri urbani sviluppando investimenti e la diffusione delle reti di comunicazione.

La connessione a internet non è più un’opzione, e non più solo un problema tecnologico: è una questione sociale di partecipazione alla vita civica e comune. Per affrontare le sfide future su energia, ambiente, cibo, sociale, istruzione e lavoro dobbiamo realizzare la visione della Universal Broadband: tutti devono avere una connessione di qualità e senza limiti disponibile ovunque. E questo è qualcosa che possono fare i governi.

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