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Algoritmi e natura si incontrano: intervista a Entangled Others
Liquid Chimeras
Dal 5 febbraio 2026
Da giovedì a domenica – 15.00 / 19.00
MEET Digital Culture Center
Viale Vittorio Veneto 2, Milano
Mostra curata da Eleonora Brizi
Con il patrocinio di Fondazione Cariplo
Oltre quattromila boe Argo fluttuano negli oceani come rete di strumenti scientifici distribuiti. Immergendosi ciclicamente nelle profondità, raccolgono dati essenziali ma inevitabilmente frammentari sulla composizione delle acque. Tra un punto di misurazione e l’altro si estendono vuoti di conoscenza che non corrispondono a spazi privi di vita, ma a ecosistemi complessi che restano invisibili.
Liquid Chimeras del duo artistico Entangled Others (Sofia Crespo e Feileacan McCormick) nasce da questa condizione: dove mancano le informazioni, si aprono spazi di possibilità creativa. Come nel Medioevo l’assenza di conoscenza scientifica veniva colmata attraverso creature mostruose e immaginarie, anche oggi il tentativo di rendere visibile ciò che esiste ma sfugge alla percezione diretta apre uno spazio per ciò che l’arte ha sempre saputo fare: immaginare forme speculative che non spiegano la realtà ma la interrogano.
In occasione della mostra abbiamo intervistato Sofia Crespo e Feileacan McCormic.
Il processo creativo dietro le creature
Quando create questi organismi ibridi che sembrano vivi ma non esistono in natura, da dove partite? Raccogliete immagini di animali reali e poi le “insegnate” all’intelligenza artificiale, oppure il processo è diverso? E quanto controllo avete sul risultato finale – decidete voi ogni dettaglio o lasciate che l’AI vi sorprenda?
“Queste opere prendono forma attraverso quello che potrebbe essere definito un processo in parte performativo. Il fulcro, o focus concettuale del lavoro, viene utilizzato nel tempo per costruire un insieme di regole che, a loro volta, determinano il modo in cui l’opera viene realizzata. Alcune di queste regole guidano la creazione dei dataset necessari, altre orientano i criteri di selezione e le scelte estetiche, altre ancora si traducono in codice e determinano l’approccio algoritmico adottato. Nel contesto dei lavori che coinvolgono il machine learning o algoritmi più complessi, questi strumenti ci permettono principalmente di distillare pattern visivi essenziali a partire da un determinato dataset, rendendo così più tangibili interfacce verso ciò che altrimenti resterebbe intangibile a causa della distanza, della complessità o del semplice fatto di esistere al di fuori di ciò che i nostri sensi possono percepire. La combinazione degli elementi che compongono questo framework ci consente poi di esplorare quali configurazioni emergano. Nella maggior parte dei casi qualcosa fallisce e l’opera non riesce a entrare in risonanza con il concetto iniziale; tuttavia, attraverso un attento processo di tentativi ed errori, possiamo avvicinarci alla forma adeguata entro cui il lavoro finale prende forma. Naturalmente la serendipità può entrare in gioco, ma non si tratta di un processo casuale: è piuttosto un processo che sfrutta fenomeni naturali, come la casualità stessa. La nozione di cosiddetta “intelligenza artificiale” non è particolarmente rilevante in questo contesto, poiché spesso finisce per offuscare processi piuttosto semplici. Lavorare con il mondo naturale significa osservare come molte strutture complesse siano composte da parti piccole e comprensibili che, viste su larga scala, generano comportamenti e risultati molto diversi”.
Perché la natura attraverso la tecnologia
Le vostre opere esplorano forme di vita attraverso l’intelligenza artificiale. Perché scegliere proprio la tecnologia per parlare di natura? Non sembra un paradosso usare algoritmi e computer per riflettere su ecosistemi, piante e animali?
“Cosa sono i computer, se non minerali, sostanze chimiche e metalli elettrificati per eseguire calcoli alla velocità dell’elettricità? La distinzione tra ciò che consideriamo naturale e ciò che non lo è è in sé completamente arbitraria e costruita. Non siamo nemmeno l’unica specie sul pianeta a utilizzare strumenti. Ha molto più senso accettare la nostra condizione umana e il contesto culturale e strutturale in cui esistiamo, ed esplorare in modo site-specific come utilizzare ciò che è già presente per parlare di ciò che riteniamo importante, rilevante e degno di avere influenza all’interno del dominio più-che-umano. Dopotutto, il mondo naturale è profondamente influenzato in modo negativo da tutti questi strati di cultura e tecnologia: perché non interrogarsi ed esplorare modalità alternative di utilizzo di questi stessi strumenti e di questo stesso slancio per cercare di cambiarne la direzione”.
Cosa vedete che noi non vediamo
Quando guardate le creature digitali che generate – questi insetti impossibili, questi paesaggi sottomarini artificiali – cosa vedete voi che forse sfugge a chi osserva le vostre opere? C’è qualcosa di specifico che vorreste che il pubblico notasse o comprendesse?
“Esistono molti livelli che non sono immediatamente tangibili; molti riguardano la ricerca, le riflessioni e le sfumature non solo del soggetto, ma anche del medium. Tuttavia, una volta che l’opera è completata, non ci appartiene più: accogliamo con favore l’idea che altri possano vedere e trovare prospettive e dettagli all’interno del lavoro di cui noi stessi non eravamo consapevoli in modo intenzionale”.
Il processo
Come interpretate il ruolo della frizione, del fallimento e della resistenza nel lavoro con le tecnologie digitali nella vostra pratica?
“Esiste un fraintendimento diffuso, soprattutto attorno alle tecnologie digitali, in parte dovuto alla forte attenzione al prodotto che caratterizza la maggior parte dei nostri incontri culturali con esse: ci si aspetta che siano prive di attrito. Incontrare resistenza viene spesso considerato sinonimo di bug o errore di sistema. In realtà, le frizioni non sono semplicemente errori, ma momenti capaci di innescare nuove riflessioni e traiettorie nella nostra vita quotidiana. Quando si lavora creando sistemi come mezzo per interrogare il mondo che ci circonda, si fa affidamento sul fatto che le cose non funzionino, si rompano o producano fallimenti inaspettati. Perché dare senso non significa accettare le cose al loro valore superficiale. Gran parte del nostro lavoro non è legata a strumenti specifici: la tecnologia è, in realtà, irrilevante se non aiuta l’opera a raggiungere una qualche forma di risonanza. Così come alcuni pennelli non possono produrre un certo tipo di tratto, possiamo decidere di cambiare pennello oppure esplorare come quelle linee deviate possano aprire una nuova comprensione del modo di rendere un soggetto. Il codice funziona allo stesso modo: è semplicemente l’organizzazione digitale di atomi virtuali in forme che aprono o chiudono possibilità, proprio come pennelli o scalpelli di dimensioni diverse modificano il nostro modo di operare nel mondo fisico. Considerando il digitale come una componente necessaria di qualsiasi tentativo di site-specificity, diventa quindi importante non solo accettare la resistenza, ma coltivarla: creare sacche di “frizioni utili” che costringano a mettere in discussione il processo e, auspicabilmente, lo conducano verso nuovi territori. L’orchestrazione risiede nel primo tentativo di costruire un framework; ciò che segue è portare le conseguenze di quelle scelte fino alla loro naturale conclusione”.
Tecnologia come estensione organica
Sostenete che le tecnologie siano “prodotti organici della vita che le ha create, non oggetti separati”. Questa genealogia collega microscopi, fotocamere e reti neurali come strumenti che hanno progressivamente trasformato la nostra percezione del reale. Nel vostro lavoro recente Structures of Being per Casa Batlló, avete dialogato con Gaudí attraverso scansioni 3D e collaborazioni con il Barcelona Supercomputing Center. Credete che la distinzione tra “naturale” e “artificiale” sia ancora operativa, o stiamo assistendo a una convergenza dove l’AI opera già come intelligenza distribuita, analoga ai sistemi biologici?
“La distinzione tra “naturale” e “artificiale” è interamente costruita e, dal punto di vista della nostra pratica, estremamente problematica, poiché consente di rimandare responsabilità e impatti nei campi dell’ecologia, della sostenibilità e delle motivazioni. Se riformuliamo tutto ciò che abbiamo creato come parte di un ecosistema globale, siamo costretti a guardare con estrema attenzione al ruolo che la tecnologia svolge nella salute a lungo termine di noi stessi e del dominio più-che-umano di cui facciamo parte”.